Da alcuni giorni il MiC ha reso disponibili sul «portale antenati» i Riveli di anime e di terre del Regno di Sicilia, una sorta di imponente censimento fiscale periodico protrattosi in Sicilia, con modalità diverse, tra la fine del XVI e i primi del XIX secolo. I relativi manoscritti sono custoditi attualmente presso l’Archivio di Stato di Palermo.
Questa fonte storica era rimasta sostanzialmente inaccessibile al grande pubblico, con l’eccezione di alcuni genealogisti esperti che, tra compensi professionali e spese vive, chiedevano normalmente il pagamento di grosse cifre per ricerche spesso ben poco utili alla ricerca genealogica, ma di grande effetto su quanti pretendono di trovare chissà che arcana memoria famigliare nelle carte d’archivio.
L’amara constatazione, infatti, è che i riveli “rivelano” sono una parte infinitesimale delle informazioni che normalmente cerchiamo nella ricerca genealogica. Non solo l’elenco dei famigliari del dichiarante viventi al momento della dichiarazione è utile solo in caso di smarrimento dei registri parrocchiali, rispetto ai quali le notizie del rivelo saranno sempre parziali, ma soprattutto i sudditi siciliani avevano tutto l’interesse a non dichiarare i proprii beni per non essere soggetti alle imposte dirette sul patrimonio, rendendo il rivelo ben lontano dalla realtà. La questione è complicata, poi, dalla perdita della maggioranza dei registri, sicché le serie complete che oggi si possono leggere sembrano censire solo una parte dei contribuenti e non quelli che, forse, erano già stati censiti in precedenti indizioni perdute.
Il risultato estremo è che personaggi storici noti ad altre fonti, come gli atti notarili, perché proprietarii di beni, non compaiono nei riveli, mentre vi si leggono i nomi di poverissimi proprietari di una vacca, un cavallo o una stanzetta libera che “si può fittare”, e quindi può astrattamente generare reddito fondiario. La situazione è tanto più frustrante quanto più è noto il nome del personaggio storico o della famiglia che fatalmente manca dai registri: clan famigliari cui oggi sono dedicate contrade, strade e piazze in prossimità di possedimenti che non si trovano registrati, mentre compaiono nomi di uomini e donne totalmente avvolti dall’oblio.
Certo la prospettiva delle omissioni dolose e delle false rappresentazioni ai pubblici ufficiali apre la possibilità di ampie considerazioni storico-giuridiche sulla concezione legale e sociale delle imposte, ma il genealogista deve sapere cosa sta leggendo: non una sorta di visura ipotecaria di 300 anni fa, ma l’ombra di un assetto ben diverso da quello attuale, utile a fare qualche considerazione di carattere generale, ma estremamente impreciso su piccola scala.
Insomma: i riveli interessano lo storico più che il genealogista, perché le informazioni in essi contenute, nella migliore delle ipotesi, sono del tutto parziali, e nella peggiore sono gravemente carenti, e comunque non rappresentative di singoli casi concreti, quali quelli che interessano la ricerca genealogica.


Lascia un commento